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www.odg.bo.it Sito dell'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna
La Repubblica
di Andrea Severi, Il Domani di Bologna
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di Sandra Soster ed Elisabetta Perazzo
In morte di Paolo Bollini (1955-2006) Voci del verbo insegnare (n. 33, 19 dicembre 2006)
di Magda Indiveri
Settembre 2008 Tre bravi giornalisti onorati da Bologna - www.odg.bo.it
Enzo Biagi ed Isa Speroni e Paolo Bollini: giornalisti bolognesi che la città vuole ricordare. Al grande “testimone del secolo” è stato dedicato recentemente il nuovo auditorium allestito nell’ampia Sala Collamarini della Biblioteca Sala Borsa. Ad Isa Speroni, giornalista pubblicista, volto pubblico come direttrice del quartiere Saragozza poi dirigente del settore istruzione all’assessorato comunale alla scuola, e' stato invece intitolato il centro civico del quartiere Saragozza. Sarà ricordata assieme al marito, Paolo Bollini, che giornalista non era ma che tanto ha fatto per l’elevazione culturale degli aspiranti alla professione. A lui, autore di numerosi libri sulla lingua italiana, l’Ordine e l’Università avevano infatti affidato l’incarico di affinare i praticanti nella corretta espressione. Isa e Paolo – morti ancor giovani a breve distanza di tempo l’uno dall’altra - avevano fondato nel 2001, sempre nel quartiere Saragozza, uno dei centri intellettuali più interessanti e vivaci della città: quella “Bottega dell’Elefante” che si riunisce tutti i lunedì al circolo Pavese del Pratello. 29/06/08 Intitolazione del punto lettura di via Pietralata a Paolo Bollini e Isa Speroni (La Repubblica) Il Quartiere Saragozza dedica ai due fondatori dell' associazione "La Bottega dell' elefante" il nuovo punto lettura del suo centro civico. "Isa Speroni e Paolo Bollini sono stati cittadini del nostro Quartiere - si legge nelle motivazioni - e protagonisti straordinari della vita culturale della città e del nostro territorio". La cerimonia si tiene oggi alle 18 in via Pietralata 58/60: dopo i saluti di Roberto Fattori, presidente del Quartiere e di Andrea Severi, dell' associazione La Bottega dell' Elefante, viene scoperta la targa in memoria di Paolo e Isa. Seguono, alle 19, letture a cura dell' associazione accompagnate da musiche di Cristina Renzetti e Rocco Casino Papia. Isa Speroni è stata direttrice del Quartiere e poi responsabile del Settore Istruzione del Comune. Paolo Bollini è stato professore di lettere a Liceo Righi dove gli è stata intitolata la Biblioteca.
29/06/08 Intitolazione del punto lettura di via Pietralata a Paolo Bollini e Isa Speroni (Il Domani di Bologna)
Era una torrida sera di fine agosto del 2001 quando, attorno al tavolo della loro cucina, Paolo e Isa mi comunicarono che avevano avuto un’idea. Si trattava di un progetto cui anch’io facevo già parte, assieme ad una quindicina di persone, di età e interessi molto diversi, che come me stavano dentro quella eccitante “bozza” senza neanche saperlo. Un crescente entusiasmo, che si alimentavano reciprocamente, impediva a Paolo e Isa di dissipare il mistero che aleggiava in cucina. Si rimpallavano scherzosamente il compito di dirmi in quale iniziativa mi stavano coinvolgendo. Paolo fumava e aveva quegli occhi stretti e ridenti di quando era in preda all’eccitazione progettuale; Isa si muoveva intorno alla tavola, riassettandola e riempiendola di bicchieri e bottiglie, preludio a qualsiasi conversazione in casa Bollini. Era bello vederli così, dopo un’estate piuttoto infernale. E non per il caldo. Era passato poco più di un mese dai cosiddetti “fatti” di Genova. Paolo e Isa ne erano rimasti letteralmente scandalizzati. Di quegli shock che non passano dopo qualche giorno, ma che arrovellano il cervello fino ad indurlo a produrre un’idea liberatoria che ne costituisca l’antidoto. «Mi sembra di stare in un incubo – mi aveva confidato Paolo al telefono alla fine di luglio – è come essere dentro ad un film di Manuel de Oliveira. Questo è il biglietto da visita del governo Berlusconi». Lapidario. Intuii che doveva esserci una certa relazione tra la mattanza di Genova e l’idea che insieme avevano partorito. La prima riunione del gruppo degli amici da loro convocati si tenne la sera del 13 settembre. Da poche ore gli Stati Uniti erano stati colpiti da un attacco terroristico senza precedenti e non ci volevano politologi per capire che una nuova epoca era cominciata. Al disastro italiano se ne aggiungeva così uno di dimensioni planetarie: lo spettro di uno scontro fra civiltà. Questo scenario da “Armageddon”, credo, aggiunse una ulteriore motivazione alla già sufficientemente motivata intraprendenza di Paolo e Isa. Ma, insomma, che cosa avevano in mente quei due? Ce lo dissero con precisione quella sera, a me, ad altri studenti, insegnanti, professori universitari, persone che a vario titolo lavoravano nel mondo della cultura: un gruppo di lettura, che si riunisse periodicamente a leggere e discutere sopra alcuni importanti testi. Chi stabiliva quali erano i libri importanti da proporre, in un’età senza più canoni e correnti? Ognuno di noi, assieme agli amici che avremo invitato di volta in volta a proporre le loro pagine più care (il gioco cui sottoponevamo spesso il potenziale ospite era: «se potessi salvare un solo libro, quale sceglieresti?»). Seppi poi che un’idea simile era venuta ad alcuni intellettuali bolognesi agli inizi degli anni novanta, riunitisi nel gruppo Simone Weil e ospitati dall’istituto Gramsci, dopo lo scioglimento del Pci. Si trattava di riprendere quell’idea, cucinarla in salsa più popolare, allargando il bacino d’utenza in maniera direttamente proporzionale all’accresiuta gravità della situazione nel nostro paese. Ai più giovani come me faceva allora un po’ sorridere l’impresa donchisciottesca di un gruppo di “umanisti” che considerassero vitale per le sorti del loro paese riattivare un dialogo culturale nella cosidetta società civile, leggendo e discutendo di autori di non provata attualità e di non sicuro appeal (Tucidide, Platone, Hetty Hillesum, Tolstoj, Leopardi, Gramsci…). Ma, sempre per i più giovani come me (e all’inizio non eravamo tanti…), lavorare con Paolo e Isa dentro la Bottega dell’Elefante – questo, come sapete, il buffo nome dell’associazione che venne costituita – significò fare i conti con un’idea di cultura del tutto inattuale. E fu un prezioso, quanto raro, dialogo tra due generazioni, direi addirittura due epoche diverse. La loro, per cui fare cultura al suo grado più alto era fare politica, e per cui un progetto di studio e un progetto di vita si intrecciavano di continuo e di necessità; e la mia, al contrario, per cui vita privata e professionale sono due cose ben distinte e per cui la cultura è il grande evento oppure una domestica fruizione individuale. Ho visto i pro e i contro di quella affascinante concezione della cultura e non intendo mitizzarla. Solo, posso dire di aver sperimentato, assieme ad altri miei coetanei, l’urgenza, la necessità, il desiderio (insieme alla nausea), l’entusiasmo (insieme alla depressione) di quel modo di fare cultura, in cui si credeva davvero che un incontro con Hans Magnus Enzensberger sul tema “Contro la poesia”, ad esempio, potesse essere un servizio offerto alla città, non solo ad alcuni intellettuali. In quell’idea “vecchia” di cultura diffusa l’azione culturale più umile (battere un testo, redigere un quadernino di lettura), stando dentro un progetto di lunga durata, era sempre piena di significato. Non c’era mai un incontro fine a se stesso, ogni iniziativa rappresentava un rilancio continuo della palla, verso un orizzonte che veniva via via ricalibrato. «La cultura è l’ultima risorsa contro la barbarie. Ogni comportamento, anche privato o di piccoli gruppi, è necessario – scriveva Paolo – La cultura è questione di civiltà, perché ha una forma dialogica, e deposita continuamente i suoi risultati nelle istituzioni. Chi oggi prende il potere distruggendo leggi e istituzioni ha cominciato con l’imposizione di modelli culturali artificiali». Per un po’, in quest’ultimo periodo, ho temuto (o sperato?) che queste parole avessero perso significato. Sono bastati pochi fatti per farle tornare di stringente attualità. Dopo la biblioteca che il liceo Righi ha dedicato a Paolo, oggi il quartiere Saragozza inaugura generosamente un punto lettura alla memoria di entrambi, di Paolo e Isa (la quale ha evidentemente lasciato un segno anche nel suo breve passaggio da dirigente). L’augurio è che il locale di via Pietralata non divenga un semplice contenitore di isolati fruitori, quanto piuttosto una nuova bottega di lettori e appassionati tessitori di cultura.
E’ con un’emozione particolare che desidero dire due parole, esprimere ciò che sento e che ho percepito in questi anni. Leggo da un blog di uno studente di Paolo Bollini: ... ha insegnato a tutti noi l'amore per la cultura, la libertà del pensiero e il coraggio di professarla. Ci ha insegnato lo stile, le parole, lo stato, la cultura, la determinazione, l'impegno, la passione. Ma soprattutto come una grande forza d'animo possa vincere scogli enormi quali difficoltà, rinunce, sacrifici, prove fisiche e morali. Anche nella morte ci ha lasciato scritto con parole piene di vita che vivendo con ardore, passione, c ultura, altezza e volontà, si fronteggia a testa alta anche la fine. E' riuscito a firmare con il suo stile di vita un esempio che spero possa dare, a chi lo ha conosciuto, la spinta ad essere uomo colto, giusto, fermo ma aperto, interessato, ironico, completo e attivo.... Ho conosciuto Paolo un po’ di striscio, ma ho trovato in lui e nei suoi scritti un qualcosa che mi ha acceso una scintilla di interesse nei suoi riguardi. L’ho conosciuto grazie a sua moglie, Isa Speroni. Una donna affabile, intelligente. Una persona interessante.L’ho conosciuta nelle vesti di Direttrice di questo Quartiere, l’ho conosciuta come cittadina del Quartiere e come donna appassionata culturalmente. L’ho conosciuta dirigente del settore Istruzione del Comune e come moglie e mamma sofferente. Grazie Paolo, grazie Isa!Come cittadino e come Consigliere sono assolutamente onorato di poter esprimere un parere per intitolare a due persone così valide un luogo di cultura, di curiosità intellettuale e letteraria, un luogo di scambio e di apertura! Credo che Isa da lassù guardi con un pizzico di orgoglio questi luoghi e sia felice che siano dedicati alla memoria sua e del caro Paolo!
Francesco Costanzini, Consiglio Quartiere Saragozza
PER ISA:
7/01/ 2008 Ricordo di Isa Speroni in Consiglio Comunale
Non potremmo dar inizio al nostro lavoro di oggi senza ricordare con autentica commozione una persona che era cara a tanti di noi, e la cui opera è stata preziosa per questo palazzo e per la città intera. Isa Speroni si è spenta tre giorni fa dopo una malattia lunga e dolorosa, a 51 anni: la stessa età che aveva quando è morto, poco più di un anno fa, Paolo Bollini, il suo compagno di sempre. Isa era nata a Bologna. Aveva studiato Filosofia, e proprio in quegli anni aveva conosciuto Paolo. Dopo la laurea, aveva lavorato per alcuni anni alla Edilter, occupandosi di comunicazione, marketing e pianificazione, per poi passare, nel 1997, all’Assessorato alla cultura di S.Giovanni in Persiceto, e iniziare così una carriera di dirigente nell’amministrazione pubblica. Dopo S.Giovanni fu infatti Dirigente del Quartiere Saragozza e infine dell’Assessorato alla scuola e alle Politiche delle differenze, con l’Assessore Milly Virgilio. In questo lavoro portò una preparazione culturale e una serietà rare, che ne fecero un pilastro dell’attività e del funzionamento dell’Assessorato e della macchina comunale, oltre che una persona universalmente stimata e apprezzata. Se nel lavoro mostrava un carattere energico e sicuro, Isa sapeva essere però dolce e protettiva nei suoi compiti di madre di Giacomo, cui è toccato di perdere in poco tempo entrambi i genitori; e anche nei confronti dello stesso Paolo, del quale accompagnò con amore e con coraggio fino alla fine la lunga e devastante malattia (un’esperienza che certamente logorò anche lei). Non è un caso che Isa e Paolo avessero scelto di essere sepolti insieme, come è in effetti avvenuto, nel piccolo cimitero di Castelluccio. Erano quasi impensabili, separati l’una dall’altro. Avevano proceduto uniti, fra l’altro, nel progettare e poi nel realizzare (Paolo, entusiasta, in prima persona; Isa, femminilmente meditativa, più sullo sfondo) l’esperienza di un’originale associazione di lettura, “La bottega dell’elefante”, cresciuta meritatamente d’importanza nel corso degli anni fino a diventare quasi una istituzione cittadina. Proprio stasera i soci della “Bottega” si riuniranno, come ogni lunedì, per ascoltare Vittorio Franceschi leggere dal Moby Dick di Melville: ed è facile immaginarne la malinconia. In queste attività pubbliche e private che si intrecciavano nelle sue giornate, Isa Speroni portava insieme una forte carica etica e civile e un amore profondo per la cultura, per i libri, per l’ascolto serio e rispettoso, per la messa in comune del pensiero. L’ultimo suo lavoro per l’Assessorato, cui si stava assiduamente dedicando malgrado la malattia, è un progetto di “città educativa”. Mi piace auspicare che la sua scomparsa non segni la fine di questo progetto; e sono certo che grazie all’attività di Magda Indiveri, di Andrea Severi e di tanti altri amici la “Bottega dell’elefante” vivrà ancora, malgrado i colpi ricevuti, come Isa e Paolo volevano. A Giacomo, e a tutti gli amici di Isa, il cordoglio e la simpatia del Consiglio comunale. Vi chiedo ora di unirvi a me in un minuto di silenzio.
Gianni Sofri
Spoon river di Daniela Corneo, Corriere della sera, 5 gennaio 2008
Quell’amore per Virginia Woolf
Amava senza riserve Virginia Woolf. E non poteva essere altrimenti, per una donna indipendente, coraggiosa e appassionata. Isa Speroni, dirigente del settore scolastico del Comune, aveva fondato con il marito Paolo, scomparso tempo fa, la Bottega dell’Elefante. Condividendo l’amore per la cultura, quella da costruire con gli altri. Quella che riempie la vita, anche quando la vita porta via le cose più importanti. Lei si era aggrappata alla lettura come ad un’ancora di salvezza e aveva colmato il vuoto del suo Paolo.
(Isa Speroni, dirigente comunale, scomparsa il 4.1.08)
PER PAOLO
28/11 /2006 la Repubblica Bologna
Così Bollini aveva creato la democrazia dei lettori DI PAOLO mi piace ricordare, fra le tante, due cose soprattutto, in apparenza contrastanti: la dolcezza e una qual certa ruvida - talora dura - sincerità. Per questo amava tanto la letteratura e la lettura come atto etico del vivere. Perché lì gli estremi convergono e l'uomo ritrova i tracciati della sua complessità e dei meandri di una strada sospesa tra la dolcezza del vivere e il mistero doloroso della malattia e della fine. Forse anche per questo ci ha lasciato in un incantevole pomeriggio d'autunno, con uno strano tepore nell'aria che sembrava voler tenere lontano la fredda mano dell'inverno e della morte . Ci ha spiazzato e stupito come sempre anche nell'addio e non vorrebbe forse che neppure piangessimo troppo, ma nemmeno che lo dimenticassimo. Così alla fine quell’ intenso saluto di ieri - con una folla di ragazzi, allievi e compagni arrivati alla Certosa per lui, per Isa e Giacomo - lo avrebbe apprezzato tantissimo : appunto per la dolcezza che era la sua cifra, con l'ironia e il gusto sapido del vivere e per il senso forte e unico che aveva per l'amicizia e il senso autentico dei rapporti. Ma proprio per questo era schietto e talora duro con chi non stava ai patti, disdegnava la vita, si imbarbariva nella superficialità. Gli siamo tutti intorno ora, piccola grande comunità di amici stretti nel suo ricordo. Gli siamo intorno noi del Gramsci, noi della Camera del lavoro, noi dell'Università, noi della scuola , noi dell'Elefante, pubblici amministratori e semplici cittadini . E tanti, di tanti altri mondi potrei aggiungere. Aveva portato una ventata di forte novità in questa pigra città, poco disposta a mettersi in discussione, coniugando impegno politico e travolgente passione letteraria e culturale. Lo aveva fatto partendo da solo, con un piccolo gruppo di persone, senza avere a disposizione piedistalli accademici o tribune accomodanti ma con umiltà mista a sicurezza . Aveva praticato davvero, nella sua geniale invenzione della Bottega dell'Elefante, la democrazia dei lettori, l'agorà del pensiero, dove tutti, studenti e professori, professionisti e impiegati, religiosi e atei potevano, nella lettura, incontrarsi senza abdicare dalle proprie identità ma pure trovando il gusto di verificarne di nuove . Aveva rotto le barriere nei fatti tra la scuola che amava, e in cui esercitava con vera passione il suo mestiere di insegnante, e altri mondi, dell'università, del lavoro, di saperi molteplici ben oltre tante inutili predicazioni inefficaci tanto oggi di moda. Aveva insegnato in modo innovativo ai corsi di scrittura creativa a Lettere e composto un bellissimo libro su Dante cui giustamente tanto teneva. Ci aveva messo in contatto, senza spocchia e senza poter contare su nulla se non sul suo entusiasmo, la sua curiosità intellettuale e la sua determinazione, con intellettuali, scrittori, giornalisti di fama nazionale e internazionale e cosi oggi la Bottega da lui animata è divenuta una della poche, belle novità di Bologna anche come fucina di giovani e a partire da quel mondo della scuola che lui tanto amava senza retorica e con dedizione di vero maestro. Era in un certo modo inattuale quel suo ostinato senso rigoroso dell'esistere, del leggere, dello studiare, del vivere gli amici come cenacolo fraterno, allegro e impegnato al tempo stesso ; ma era una inattualità che guarda lontano e ci indica forse - frastornati da quel che ci accade intorno e ora dalla sua stessa perdita - una speranza possibile . GIAN MARIO ANSELMI
Ciao Paolo
28/11/2006 Il Domani Bologna Ieri mattina in Certosa si sono svolti i funerali di Paolo Bollini. Nel pomeriggio, mentre veniva ricordato in Consiglio comunale dal presidente Gianni Sofri, parenti e amici lo hanno accompagnato nell’ultimo viaggio, verso il cimitero di Castelluccio, sui monti di Porretta, dove desiderava riposare. Accettare la scomparsa di una persona cara è, dal punto di vista umano, sempre difficile. Ma lo è di più quando, a lasciarci, per giunta prematuramente, è un uomo nel pieno della realizzazione di un suo progetto in progress per la città (ma lui avrebbe allargato il tiro dicendo, con termine ottocentesco, “patria”. Lo dico a rischio di farlo apparer ridicolo a chi non non l’ha conosciuto). Sopra il dolore, allora, cova lo spettro dello spreco illogico, immorale, di tanti anni di lavoro comune. Ci ha lasciati Paolo Bollini, insegnante e intellettuale carismatico. Userei la parola “militante”, se questo vocabolo non fosse ormai sgualcito dal peso dello stereotipo. Peccato, perché questo aggettivo gli si sarebbe “attagliato” (verbo che usava nei suoi primi articoli) alla perfezione, nel senso che gli è più proprio, di “combattente per le idee”. Paolo Bollini non era un erudito, né un letterato, né un professore. Era un intellettuale comunista al tempo della dismissione delle ideologie, animato da una ricerca etica sui generis (nel tentativo di trovare una terra dove avevano comune passaporto i suoi Lucrezio, Seneca, Dante, Marx, Freud, Gramsci, Gadda) e da una fortissima vocazione pedagogica, che ricordano molto bene tutti i suoi allievi del liceo Righi. Nei testi letterari non si lasciava irretire dalla bellezza del “poetichese”, ma cercava (e insegnava a ricercare), con mente scientifica, cose concrete, relazioni di causa ed effetto, sulla base delle quali invitava a costruire teorie (“Volevo fare fisica all’università, e forse avrei fatto meglio”, diceva). In lui rigorosa razionalità e contagiosa passionalità si nutrivano vicendevolmente, come nel “suo” Dante, la cui rivoluzionaria lingua paradisiaca aveva indagato per oltre dieci anni arrivando a pubblicare il suo unico grande libro di teoria letteraria (Dante visto dalla Luna, Dedalo 1994), che attende ancora di essere compreso. Il suo laboratorio intellettuale non fu l’università di Bologna (dove pur si laureò con Ezio Raimondi) ma la redazione milanese della rivista di analisi materialistica “Il piccolo Hans”, per cui collaborò una ventina d’anni e dove incontrò i suoi maestri, Sergio Finzi e Mario Spinella “l’illuminista, lo stoico, il comunista”. Dagli inizi degli anni Novanta, passato il “mezzo del cammin di sua vita”, si fece, proprio sulla scorta di Spinella, organizzatore culturale. Dapprima al liceo Righi, dove, con alcuni colleghi, ideò per gli studenti un corso di lettura e recensioni di libri, all’interno del quale venivano invitati pure studiosi di fama mondiale, come Adriano Prosperi, a dialogare con gli studenti sulla base di una lettura fatta insieme; poi con l’associazione La Bottega dell’Elefante, ideata nel 2001 - dopo la “barbarie” dei fatti di Genova e delle Twin Towers - con cui Paolo cercò di trasportare su scala cittadina la pratica democratica, civile ed etica della lettura condivisa. “Nella bottega rinascimentale – sostenava – dove si imparava facendo, tutti, maestri ed apprendisti insieme, insegnavano e imparavano allo stesso tempo”. Ma la Bottega è anche piena di oggetti fragili, e se il pachiderma dalla memoria prodigiosa vi entra, deve fare molta attenzione a come si muove. Così il “suo” popolo di lettori, che tutti i lunedì si ritrova a discutere a partire dai testi, deve fare molta attenzione alle parole che legge per creare la grazia della vera comunicazione. Non importa che a proporre un testo sia Tullio de Mauro o Carlo Ginzburg, Hans Magnus Enzensberger o Predrag Matvejevi? (tutti ospiti della Bottega) o un semplice studente universitario, cui Paolo tanto teneva. Proprio ieri La Bottega ha festeggiato il duecentesimo incontro di lettura, regalando ai partecipanti testi inediti sul Mediterraneo di Predrag Matvejevi?, il quale li donò a Paolo “col permesso di farne quello che voleva”, dopo essere rimasto molto favorevolmente colpito dall’atmosfera e dal pubblico della Bottega, il 10 ottobre scorso, a S. Lucia. Nella mente vulcanica e mai doma di Paolo covavano altri progetti. Del resto, la tensione indomabile dello studioso era diventata inesausto desiderio (e capacità) progettuale in campo culturale, desiderio che si autoalimentava e che cresceva su se stesso (come la lingua di Dante), “per se stesso mosso”, con l’obiettivo gramsciano di un’organizzazione sempre più vasta ed armonica della vita culturale della comunità. In tempi di trionfo dell’evento, ma di penuria di progetti culturali (e politici) forti, la lezione di Paolo Bollini sulla responsabilità della cultura verso la res publica e del suo dovere di farsi, in senso altissimo, politica, non sarà facilmente liquidabile, almeno per quanti lo conobbero. (Era stato così contento di quei 296 voti ottenuti, senza la possibilità di svolgere la campagna elettorale, nelle ultime elezioni comunali, per cui era stato candidato, come indipendente, nella lista dei Ds, a sostegno dell’amico Sergio Cofferati). Ti ringrazierei a nome di molti, se non mi avessi insegnato che “tra compagni non ci si ringrazia mai”. Ciao, Paolo. ANDREA SEVERI In ricordo di Paolo 28 /11/ 2006 l’Unità Paolo Bollini era in primo luogo un maestro, che contraddiceva le critiche dei media che ogni giorno denunciano il basso livello delle nostre scuole: basta leggere come hanno scritto il necrologio i “suoi ragazzi della V C” per capire che nelle nostre scuole non mancano insegnanti che capiscono, come diceva Plutarco, che i giovani non sono sacchi da riempire, ma fiaccole da accendere. Un maestro e un intellettuale “esemplare”: l’aggettivo non vuole avere nulla di retorico; indica semplicemente che, quando si sottolinea la caduta dell’impegno civile, non ci si accorge che, in realtà, sentiamo il disagio di non ricevere certezze. Ma, quando la storia si ricompone per fare salti in avanti, è difficile trovare risposte. Non ci sono, proprio perché occorre prima riformulare le domande. Paolo aveva inventato La bottega dell’elefante proprio per insegnare l’arte del dubitare sul presente, del criticare ciò che è superato,del pensare il futuro. La “bottega” per Paolo era – e deve restare – un luogo politico “di servizio” per i cittadini che, leggendo Eliot o Pasolini, Virginia Woolf o i lirici greci, si collocano sul terreno di coltivazione delle idee. Imparano a leggere la contemporaneità, i diritti, i valori, le Costituzioni. Si è persa – ed è stupefacente – l’abitudine di considerare la cultura il braccio più armato della politica: Socrate aveva ragione, lui che sapeva solo di non sapere, a sostenere che, se la gente non ragiona in proprio, anche la polis non ce la fa. Gli scolari “chiedono alle rondini di continuare a volare sul sogno di Paolo”. Bisognerà che noi continuiamo a spazzolare il cielo politico perché resti libero. GIANCARLA CODRIGNANI Ricordo di Paolo Bollini in Consiglio Comunale 28/11/2006 E’ scomparso sabato, all’età di 51 anni, uno dei protagonisti della vita culturale bolognese, Paolo Bollini. Si era laureato in Lettere moderne con una tesi sul seicentesco Adone di Giovanbattista Marino, discussa con Ezio Raimondi, e aveva proseguito i suoi studi sia con una lunga e attiva collaborazione alla rivista milanese “Il piccolo Hans”, sia con un importante volume (Dante visto dalla luna. Figure dinamiche nei primi canti del Paradiso) edito da Dedalo nel 1994 con una Introduzione di Mario Spinella, cui era molto legato. Di recente, Bollini aveva raccolto i suoi contributi al “Piccolo Hans”, per farne un’edizione semiprivata da regalare agli amici, ma la malattia non gli ha permesso di portare a termine l’opera: lo faranno ora discepoli e amici. Professore per lunghi anni al Liceo Righi (e più tardi anche presso la Facoltà di Lettere), Bollini fu anche autore di numerosi testi rivolti alla scuola, come La condizione giovanile. Temi e ricerche per un’educazione civile (Clio, 1996), in collaborazione con Magda Indiveri, e una serie di volumi editi da Cappelli e Zanichelli, e scritti insieme ad altri autori. Testi che vanno da un’antologia di scrittori latini a più volumi volti a fornire ai ragazzi i fondamenti di un’educazione linguistica e, insieme, di un’educazione pratica alla lettura e alla scrittura. Troviamo in questi libri due delle caratteristiche più tipiche della vita di studioso, di intellettuale e di docente di Paolo Bollini. La prima è una forte carica pedagogica, accompagnata da una forte e continua volontà di coinvolgere in prima persona gli studenti. I quali partecipavano spesso in maniera diretta ai suoi studi, anche o soprattutto quando ne erano l’oggetto o i destinatari (così è, ad esempio, per La condizione giovanile). Basti ricordare che Bollini aveva elaborato un progetto (che non aveva però ancora trovato una possibilità di realizzarsi) per una storia e antologia della letteratura nella quale le voci critiche fossero costituite dai contributi degli studenti stessi. La seconda caratteristica è costituita invece dall’amore per il testo, per il libro, per la lettura e la scrittura vissute non come attività elitarie e riservate, ma come patrimonio comune, cui ognuno, se opportunamente guidato, potesse accostarsi. “Composizione testi in italiano” era per l’appunto il titolo del suo corso universitario. Negli ultimi anni Bollini aveva in parte rinunciato a scrivere in proprio per dedicarsi soprattutto a un’opera di organizzatore di cultura, del tutto coerente del resto con le caratteristiche poco fa ricordate. Sta qui l’origine dell’inconsueta associazione di lettura che ha per nome “La bottega dell’elefante”, cui Bollini ha dato vita e che giungerà stasera alla sua duecentesima iniziativa, assai tristemente in assenza del suo fondatore. L’idea che la regge è molto semplice: riunire persone per ascoltare insieme la lettura di un testo, e poi eventualmente discuterne. Il testo può essere un classico, un insieme di brani di narrativa o delle poesie, o anche un testo di saggistica storica, letteraria, filosofica. E a leggerlo può essere uno studioso che a quel testo si è dedicato, a volte (di rado) il suo autore stesso, più di frequente una persona che si assume, nei confronti della piccola comunità che lo ascolta, la funzione di guida di una sera. Nel corso di questi cinque anni, la Bottega dell’elefante ha chiamato a leggere decine e decine di personaggi, noti e non, e ha anche pubblicato, a testimonianza della sua attività, alcuni volumetti (uno dei quali, con scritti inediti di Predrag Matvejević, verrà presentato questa sera). Paolo Bollini ci lascia, con voce piana e tranquilla, mai sopra le righe, insegnamenti importanti: due dei quali almeno voglio qui ricordare. Il primo sta nel modo stesso in cui ha affrontato, con una lucidità e una forza d’animo assai rari, una malattia lunga e terribile: alla quale non ha mai permesso, fino a pochi giorni dalla fine, di impedirgli di lavorare, sia pure con grande fatica, ai progetti in cui credeva e che gli stavano a cuore. Il secondo sta nel suo amore per il libro e per la lettura, ma espressi in una maniera del tutto peculiare. In tempi in cui si ama molto discettare, spesso con poco fondamento e poco studio, le letture della “Bottega dell’elefante” hanno rappresentato un invito sommesso ma eticamente importante all’ascoltare con attenzione e in silenzio prima di esprimere pareri ed emozioni in proprio. Rendendo omaggio, in questo, a testi che rappresentano sapienze tramandate, antiche e recenti. Le condoglianze del Consiglio comunale vanno alla moglie di Paolo, Signora Isa Speroni, e al figlio Giacomo GIANNI SOFRI Un amico, un compagno, un maestro. Paolo Bollini non è stato solo un amico; è stato un compagno e un maestro straordinario. Un compagno che della sua CGIL aveva un’idea quasi mitica: un patrimonio di solidarietà e di radicamento sociale di cui il Paese ha oggi un assoluto bisogno, per non scivolare nella barbarie. E lui, da autentico intellettuale organico, con entusiasmo e generosità ha collaborato a promuovere e realizzare molte iniziative culturali della Camera del Lavoro, fino all’occasione del Centenario della CGIL, nonostante la malattia. Vogliamo ricordare la sua adesione come Bottega dell’elefante alla Casa dei Popoli (il coordinamento di ARCI, Gramsci, Italo Calvino e Archivio Pedrelli), sodalizio che promosse le iniziative di “Adottiamo la Costituzione” nel marzo 2003: Paolo, assieme ad Isa e a Orazio Pescatore, curò l’edizione commentata della Costituzione italiana, il bel libro è VIVA la Costituzione. Una intuizione premonitrice della battaglia che poi si dovette intraprendere per salvarne il contenuto dalle incursioni della destra. Ed ancora, la stesura dei Quaderni che hanno accompagnato nelle scuole il progetto sulla cultura del lavoro, fra cui quello su Di Vittorio, un piccolo spaccato della sua vita colta anche nel privato. A muovere Paolo era un’idea altissima del lavoro – e del riscatto attraverso il lavoro (quanto era orgoglioso del padre operaio) – e la convinzione che fosse oggi più che mai necessario il lavoro duro, senza risparmio, della conoscenza. La lezione dei grandi, da Gramsci a Di Vittorio e Togliatti, è un imperativo assoluto per lui, fino agli ultimi suoi giorni: bisogna studiare. Ma non è soltanto lo studioso finissimo, il ricercatore isolato. Le domande giuste, quelle che fanno fare un passo oltre, vengono e rimbalzano sempre sul lavoro della formazione. Studenti ed ex studenti del Righi, di Scienze della comunicazione, della Scuola di giornalismo. Ma anche familiari, amici, compagni, sodali della straordinaria avventura della Bottega dell’elefante: una scuola di città e di cittadinanza in cui – attraverso la conoscenza diretta e la discussione dei testi – il pensiero, lo stimolo, il punto di vista dell’uno diviene percorso di crescita e acquisizione di tutti, formazione e lavoro comune. Non è la nostra un’epoca di maestri, ma lui lo era, intransigente quanto generoso di sé. Per questo, oltre all’affetto profondo che ci legava, è vivo sempre dentro di noi: nel nostro lavoro di scuola, di sindacato, di cittadini. Sandra Soster Elisabetta Perazzo CGIL Bologna In morte di Paolo Bollini (1955-2006) Voci del verbo insegnare http://www.iger.org/insegnare.htm
(n. 33, 19 dicembre 2006)
Ragioni d’essere Mi ha sempre affascinato il potere germinativo di alcune rare persone, che hanno un’idea, la comunicano ad altre tre, convocano un gruppo di dieci, organizzano, distribuiscono compiti, producono, fanno produrre, varano delle cose. E poi si spostano, a fare, organizzare, coordinare altro, e intanto il primo gruppo procede da solo. "Voci del verbo insegnare" esiste perché Paolo Bollini ha coordinato un gruppo di riflessione di insegnanti, nel 2002. Ci si è trovati intorno al tavolo enorme della vecchia sede del Gramsci. Alcuni visi conosciuti, altri mai visti. Li aveva selezionati lui. Nomi segnati sui quaderni. Era estate, caldo, esami di maturità – poteva fallire, è andata avanti. Ci ha dato un elenco di temi su cui riflettere e scrivere. Abbiamo scritto, e fatto un convegno. Nell’archivio di Voci c’è il suo lungo, lucidissimo intervento. Durante la riunione preparatoria al convegno qualcuno avanzò l’ipotesi che la rete potesse far condividere meglio, creare una comunità. I colleghi estranei si scoprirono sodali, si aprirono alla proposta, accolsero l’ipotesi di collaborazione. Paolo si ritenne soddisfatto della semina, si spostò a far altro, ma sempre controllandoci, discutendo con noi, spesso spronandoci a fare di più. Discrezione e tenacia. La questione è che di piccoli fuochi così Paolo ne ha accesi tanti. Giovanni Catti voleva, alla cerimonia di saluto, in Certosa, parlare proprio di quelle scintille che nella paglia producono incendi. Ma si era in tanti, e generosamente lui ha lasciato voce agli studenti. La discrezione era una qualità che piaceva a Paolo. Nulla di gridato, casomai modi diversi di arrivare. Discrezione e tenacia. Come quando fece lezione in Piazza Maggiore, la domenica mattina. Erano gli scioperi a rovescio. Trascinò con sé girotondi di studenti, e cosa ancor più sorprendente, ruote di colleghi. Faceva anche rabbia, per la sua inesausta energia. "Ma non dorme mai!" si diceva. Oppure ci si lamentava – è esigente con gli altri come con se stesso; ma come si fa a reggere il suo ritmo? – Perfezionista, perfino sgradevole. Con lui ci si schermiva, ma poi si cadeva in trappola: troppo belle erano le sue utopie, troppo reali e concrete, un gesto, un po’ di impegno, e si sarebbero concretizzate in case, e scuole, e botteghe… Allora si veniva a patti, ed era già una capitolazione. Cominciavano le mail, le telefonate; diceva – prendi un quaderno e scrivi; – diceva – dobbiamo parlare – Oppure ti chiedeva un parere; nel darlo, eri già bell’e coinvolto. Dovremmo riscoprirla, questa funzione dell’"esigere", invece di etichettarla come fastidiosa: muovere, spingere fuori. Un bambino che nasce è esigente o non nasce. Dobbiamo insegnare a noi stessi e agli altri la necessità dell’esigenza. E della parola "esatta", che per lui era fondamentale. la politica esigente È questa la politica? Io l’ho sentita così, concretamente, attraverso di lui. Il famoso "spirito di servizio", quello che gli ha fatto interrompere la scrittura di ricerca (con la sua intelligenza, e la sua competenza testuale, quanto avrebbe potuto produrre!) per dedicarsi al coordinamento: studenti, docenti, cittadini, i cerchi si allargavano sempre più, nell’inesausta passione pedagogica, verso un’educazione civile. L’ultima meta era di aprire una scuola di città, in piazza, con lezioni gratuite tenute da specialisti in modo semplice ma preciso, per tutti i cittadini. Semplicità e chiarezza non erano per lui livellamento, anzi, una sfida in più. Ne aveva parlato anche al sindaco Cofferati. Una casa della cultura. Per la campagna elettorale 2004 ha scritto un documento, "la cultura a Bologna", che è un’analisi/fotografia, talmente acuta che taglia. L’ha fermato il tempo, perché nemmeno la malattia l’aveva bloccato. Eppure in due anni e mezzo nessuna sofferenza fisica gli è stata risparmiata. Anche quella era esigente come lui. un lutto di combattimento Oggi, per Paolo, non si può assumere altro che un “lutto di combattimento”: prendo a prestito le belle parole del compagno di Michel Foucault, lette in un’intervista sull’ultimo numero della rivista on line "Sagarana" Ma non per Paolo, in realtà. Per chi è rimasto senza di lui. Penso ai suoi studenti, in primo luogo. Che nel salutarlo l’hanno descritto come il filosofo Kant. Penso agli amici di gioventù, che si sono adoperati per dargli delle ultime giornate tenere e affettuose. Ai suoi discepoli, che hanno imparato da lui, ma anche gli hanno tenuto testa ed opposto resistenza, perché questo lui chiedeva, non il proselitismo ma la lucida interrelazione. Penso ai suoi colleghi, di scuola e di università, per i quali era talmente stimolante da essere scomodo. Ai compagni di partito e di sindacato, da cui Paolo si aspettava sempre lo sforzo e l’intelligenza più vivace, l’azione più diretta. Penso a noi di Voci e del Gramsci, Anna, Aurelio, io e le altre, gli altri, che tra dubbi e incertezze perdiamo di vista spesso l’incisività, la prontezza che lo caratterizzava. Paolo avrebbe sempre trovato un altro filo da tirare nella trama, un’altra riflessione, un’altra figurina da ritagliare ("let’s find another picture to cut out", mi ripeteva citando da "Al faro"). Per tutte queste persone, bisogna portarsi Paolo addosso, ognuno il "suo" Paolo, anche se è doloroso. Allora il combattimento è con se stessi, con quei morsi che sentiamo nel fare le cose peggio di come potremmo farle. Nel querelare stanchezza sapendo che lui non sopportava di sentirlo dire. Nel tirar via, nell’accettare il compromesso. Nel fatto che questo numero di Voci lui non lo leggerà: la sua mail era la prima che mi arrivava, a commento puntuale, numero dopo numero. Così sopportare questa perdita è portarsela addosso, senza poterla deporre. Si può provare a condividerla e a fare un poco dello sterminato che lui faceva. Fare quel che sappiamo fare, senza chiamarci fuori. Esigere dalla sua morte la vita. Che in questo momento fa molto male. Magda Indiveri |